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About

ANTHONY

[English version below]


Anthony è nato in Eritrea. Quando aveva 10 anni suo padre è morto e sua madre, malata, ha deciso di mandarlo da uno zio che viveva in Sudan, per evitare che dovesse partire per fare il soldato. “Mio padre era un militare, era morto così, combattendo. Mia mamma voleva salvarmi la vita, evitare che anche io facessi la stessa fine”.

Per tre anni Anthony ha lavorato nel bar dello zio, spesso con turni massacranti senza mai andare a scuola: “Mio zio mandava a scuola i suoi figli, ma me no”.

Il trattamento dello zio divenne ancora più duro quando la madre di Anthony, che non si era mai ripresa dalla malattia, morì. Il ragazzo vedeva i suoi sogni allontanarsi di giorno in giorno. Avrebbe voluto studiare, avere la possibilità di costruirsi un futuro: per questo, appena compiuti 14 anni, decise di fuggire, alla ricerca di un luogo dove vivere e crescere.

Anthony è arrivato in Europa quando era poco più di un bambino. L’ha attraversata da solo: dalle coste del Mediterraneo fino al Regno Unito. Lì si è fermato per presentare richiesta di asilo e ha provato ad iscriversi ad un college.

Non immaginava che anche in Gran Bretagna sarebbe stato tanto difficile studiare: “Un professore mi disse che solo una volta ottenuto lo status di rifugiato sarei potuto entrante al college”.

Anthony attende per cinque lunghissimi anni. Quando gli viene comunicato il responso della commissione scopre che la sua richiesta è stata respinta e non ha più diritto ad alcuna forma di assistenza. “Mi hanno preso - ricorda il ragazzo - in 4- 5 persone e mi hanno sbattuto fuori di casa, con tutte le mie cose”.

“Vivo una vita precaria, a volte ho un letto per dormire, altre volte dormo per strada; a volte mangio e altre volte no e spesso non ho un posto per fare una doccia.”

L’associazione Refugee Action, che ha raccolto e diffuso la sua storia, sta cercando per Anthony un posto sicuro dove stare e lo sta aiutando a presentare nuovamente richiesta di asilo.

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Anthony was born in Eritrea. When he was 10 his father died and his mother, who was sick, decided to send him to stay with an uncle who lived in Sudan, to save him from being called up for military service. “My father was a soldier, that’s how he died, in combat. My mum wanted to save my life, stop me from ending up the same way.”

Anthony worked for three years in his uncle’s bar, often for gruelling long hours and without ever going to school: “My uncle sent his children to school, but not me.”

The treatment he received from his uncle became even more harsh when Anthony’s mother, who had never recovered from her sickness, died. The boy could see his dreams vanishing day by day. He would have liked to study, have the chance of building a future, so, as soon as he was 14, he decided to run away in search of a place where he could study and grow up. “

Anthony came to Europe when he was little more than a child. He crossed it all alone, from the Mediterranean coasts as far as the United Kingdom. There he stopped and presented a request for political asylum and tried to attend a school.

He hadn’t imagined that it would be so hard to study in Great Britain as well: “A teacher told me that as soon as I had obtained the status of refugee I would be able to attend a school”.

Anthony waited for five interminable years. When the reply came he found that his request had been turned down and that he was no longer eligible for any form of assistance. “Four or five of them took me,” the boy remembers, “and threw me out of the house, with all my belongings.”

“I’m leading a precarious sort of life. At times I have a bed to sleep on, other times I sleep in the street; sometimes I find something to eat and other times I don’t, and often there’s nowhere to have a shower.”

The Refugee Action association, who found out about him and have made his story known, are trying to help Anthony find a fixed place to stay and are helping him to re-present his request for political asylum.

SEMRET

[English version below]

Semret, 25 anni, è eritrea. Quando 20 membri della congregazione religiosa di cui faceva parte furono arrestati e imprigionati, Semret capì che si trovava in grave pericolo e decise di affidarsi ad un contrabbandiere per percorrere i pochi chilometri che la separavano dal confine occidentale dell’Eritrea e recarsi in Sudan. Quello che Semret non poteva immaginare è che il suo viaggio si sarebbe tramutato in una lunga e terribile prigionia.

Semret fuggì di notte, a piedi, in compagnia di quattro connazionali che, come lei, cercavano un luogo sicuro per vivere. Dopo una notte di cammino, raggiunto il Sudan, si fermarono a riposare in una vasta area desertica a ridosso del confine. Fu in quel momento che la donna fu assalita da una profonda angoscia, notando che il contrabbandiere a cui si erano affidati stava effettuando diverse telefonate avendo cura di non essere ascoltato. Quando il piccolo gruppo di profughi vide arrivare un fuoristrada con tre uomini a bordo, fu immediatamente chiaro che cosa stava succedendo: erano stati traditi e venduti e i trafficanti erano venuti a ritirare la “merce” che avevano acquistato.

“Iniziammo a correre in diverse direzioni - racconta la donna- io fui la prima ad essere raggiunta, provai a scappare ancora ma in breve mi raggiunsero nuovamente. A quel punto mi picchiarono e mi trascinarono nella loro auto”. Semret fu condotta in un piccolo villaggio isolato, composto da una casa in muratura e da alcune capanne costruite con paglia e fango. Semret non aveva nessuno che potesse pagare il suo riscatto, così, rimase lì per mesi, alla mercé dei suoi carcerieri, sprofondando in un incubo dal quale non era possibile risvegliarsi, in cui le violenze sessuali e le percosse erano una prassi di sofferenza quotidiana.

“Venivano da me ogni volta che ne avevano voglia, a volte mi portavano una cola e un pezzo di torta e così sono andata avanti per sette mesi. Quando rimasi incinta, smisero di chiudere la casa in cui mi tenevano e così pianificai la mia fuga”. Semret percorse a piedi 40 km prima di raggiungere la città di Kassala, dove finalmente, grazie all’aiuto dell’UNHCR che ha raccolto e diffuso la sua storia, ha potuto usufruire di un’accoglienza dignitosa e soprattutto di un percorso di supporto psicologico che le permettesse di affrontare i drammatici traumi che aveva subito.

Oggi Semret, vive nel campo profughi di Kassala, a sua figlia, nata a gennaio, ha dato il nome di Heyabel che vuol dire “Dono di Dio.”

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Semret, 25 years old, is Eritrean. When 20 members of the religious congregation she was part of were arrested and imprisoned, Semret realized that she was in great danger and decided to turn to a smuggler to cross the few kilometers that separated her from the western frontier of Eritrea and get to Sudan. What Semret could not imagine was that her journey would turn out to be a long and terrible nightmare.

Semret fled at night, on foot, in the company of four fellow-nationals who like her were seeking a safe place to live. After walking all night, they reached Sudan and stopped to rest in a vast desert area next to the frontier. It was then that the woman was assailed by a terrible doubt, noticing that their smuggler was making telephone calls and making sure not to be heard. When the small group saw a jeep arriving with three men aboard, it was immediately clear what was happening: they had been betrayed and sold and the traffickers had come to pick up the goods they had just bought.

“We scattered in all directions,” she says , “I was the first to be caught. I tried to get away but they got hold of me again. At which point they beat me and dragged me to their vehicle.” Semret was taken to a small isolated village made up of a brick house and some huts made from straw and mud. She didn’t have anyone to pay her ransom so she remained there for months, at the mercy of her jailers, sinking deeper and deeper into a nightmare from which there was no awakening, in which sexual violence and beatings were the daily norm.

“They came to me any time they felt like it, sometimes they brought me a Cola and a piece of cake and that was how it went on for seven months. When I became pregnant they stopped locking the house and that was when I planned my escape.” Semret covered 40 kilometers on foot before reaching the town of Kassala where finally, thanks to the help of UNHCR she was given a dignified place to stay and above all a psychological support scheme to help her through the dramatic trauma she had undergone.

Today Semret lives in the Kassala refugee camp. Her daughter, who was born in January, she has called Heyabel, which means “Gift of God”.

MWAVITA

English version below

Mwavita è originaria della Repubblica democratica del Congo, vive in un campo profughi in Tanzania dove è vice presidente del comitato direttivo. Negli ultimi 11 anni quasi tre milioni di persone sono fuggite dalla RDC a causa dei continui scontri che insanguinano la parte Est del paese, ma la storia di Mwavita racconta di un’altra fuga, da un’altra guerra, scoppiata tra le mura domestiche. Era una ragazzina di 14 anni quando i suoi genitori le rivelarono che era stata adottata e le ordinarono di sposarsi con stesso fratello. Mwavita non poteva obbedire a quel ordine, suo fratello, anche se non di sangue, restava suo fratello e lei non avrebbe mai potuto sposarlo. Così, quella che fino a un attimo prima era stata la sua famiglia si rivelò in tutta la sua crudele determinazione: avrebbe sposato chi le indicavano o l’avrebbero uccisa.

Mwavita decise che la fuga era l’unica opzione che le era rimasta. Lasciò il suo paese per cercare rifugio in Tanzania. Nel campo di Lugufu, dovette imparare a ricominciare da sola e col passare del tempo, mentre la comunità in cui viveva diventava la sua nuova famiglia, Mwavita ha cominciato ad affermarsi come leader diventando, per il suo coraggio e le sue attitudini, un riferimento per le rifugiate che, come lei, vivevano nel campo.

Mwavita è portavoce e leader delle donne rifugiate da più di 12 anni. “Come leader - spiega - collaboro sempre con la gente, convoco riunioni e condivido le informazioni con gli altri. Mi piace quando le persone lavorano insieme per risolvere i problemi della comunità”. Nonostante i suoi successi, deve confrontarsi continuamente con le pesanti riserve culturali che la comunità maschile esprime nei confronti delle donne: “Alle riunioni, anche quando propongo una buona idea, gli uomini mi dicono: ‘ Che cosa conta quel che pensi tu? Non se neppure andata a scuola…’ Così adesso mi impegno molto perché le ragazze studino e non debbano affrontare quel che affronto io”.
“Credete in voi - consiglia Mwavita alle giovani che la ascoltano - sono una leader prima di tutto perché ho sentito che sarei stata in grado di esserlo. Allo stesso modo, ricordate sempre di avere fiducia nella comunità e di trattare tutti con rispetto perché siamo tutti esseri umani”

Oggi Mwavita ha 47 anni e vive nel campo di Nyarugusu, Insieme all’UNHCR, che ha raccolto e diffuso la sua storia, partecipa all’ideazione e alla realizzazione di percorsi di emancipazione destinati alle donne rifugiate.

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Mwavita comes from the Democratic Republic of Congo and lives in a Tanzanian refugee camp where she is president of the direction committee. In the last 11 years almost three million people have escaped from the DRC because of the continual violence that has made life in the eastern part of the country impossible, but Mwavita’s story is another kind of escape story, another war, that blew up within the four walls of the house. She was a young girl of 14 when her parents told her that she had been adopted and ordered her to marry her brother. Mwavita couldn’t do that; her brother, even if not of the same blood, was still her brother, and she would never marry him. So what had until a moment before been her family showed themselves in all their true cruel colours: either she married who they said or she would be killed.

Mwavita decided that the only choice she had was to run away. She left her country and sought refuge in Tanzania. In the camp at Lugufu, where she had to re-start her life all over again, by herself, while the community in which she lived had become her new family, she began to show her qualities of leadership and soon with her character and courage had become a point of reference for the other refugee women living in the camp.

Mwavita has been the representative and leader of the refugee women for more than 12 years. “As their leader,” she says, ‘ I always listen to everybody, I organize meetings and share information with the others. I like it when everyone works together to resolve the problems of the community.”. Despite her success, she has had to continually fight against the cultural reservations that the male community have against women: “At meetings, even if I have a good idea, the men always say: Who cares what you think? You haven’t even been to school. So now I am trying hard to make the girls study so that they won’t have to go through what I’ve been through.”
“Believe in yourselves,” is Mwavita’s advice to the young girls listening to her, “I’m a leader above all because I felt that I could be one. In the same way, always remember to have faith in the community and treat everyone with respect because we are all human beings after all.”

Today Mwavita is 47 and is living in the camp at Nyarugusu, She works together with UNHCR, who are responsible for bringing her story to light, in creating emancipation strategies for refugee women.

BADASSO

Il lieto fine di Badasso: “Dopo otto anni in un campo profughi, la fortuna mi ha portato in Gran Bretagna”

Badasso è originario dell’Etiopia, ma ha trascorso molti anni della in un campo profughi in Kenia.

“Sono etiope, ma nel 2003 sono scappato dal mio paese a causa della sua situazione politica. Sono andato in Kenia, in un campo profughi, dove due anni dopo mi ha raggiunto mia moglie che, proprio per il nostro legame, era stata presa di mira e veniva arrestata continuamente. Nel 2008 è nato nostro figlio: era veramente duro crescere un neonato in un campo profughi. Non c’era abbastanza cibo né acqua, non c’era un’adeguata copertura sanitaria, non potevi sentirti al sicuro, ogni notte c’era qualcuno che moriva e spesso c’erano persone che entravano nel campo per attaccarci”.

Nel 2011 una chance di cambiare: grazie al “Gateway Protection Programme”, un programma di ricollocamento e accoglienza che coinvolge 750 rifugiati l’anno, Badasso e la sua famiglia hanno la possibilità di trasferirsi nel Regno Unito e di ricominciare da lì.

“Abbiamo cominciato una nuova vita in Gran Bretagna. Quando siamo arrivati qui ho sentito che era il posto giusto in termini di uguaglianza e di diritti umani. Adesso non devo preoccuparmi del cibo per me e la mia famiglia e posso accedere facilmente ai trattamenti sanitari. Nel campo profughi sei sospeso, non ci sono opportunità per migliorare la tua istruzione mentre qui ho cominciato dal livello base di lingua inglese ed ora studio all’università. La vita adesso è veramente diversa”.

Badasso, che ha deciso di condividere e diffondere la sua storia tramite il British Refugee Council, oggi vive a Sheffield in Inghilterra dove studia per laurearsi in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale.

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Badasso’s happy end: “After eight years in a refugee camp I’ve been lucky and ended up in Great Britain”

Badasso comes from Etiopia, but spent many years in a refugee camp in Kenya.

“I’m Ethiopian. In 2003 I escaped from my country because of the political situation. I ended up in Kenya, in a refugee camp, where two years later I was joined by my wife, who had been targeted back home and continually arrested because she was my wife. Our son was born in 2008: it was really hard bringing up a newborn child in a refugee camp. There wasn’t enough food or water, there weren’t the health facilities, you never felt safe, every night there was someone who died and often people broke into the camp and attacked us.”.

In 2011 a chance to change: thanks to the “Gateway Protection Programme”, a re-collocation and welcome programme that involves 750 refugees every year, he and his family were able to move to the UK and re-start their lives from there.

“We began a new lease of life in Great Britain. When we got here I felt we were in the right place in terms of equality and human rights. I don’t have to worry about food for me and the family any more and we have easy access to health care. In a refugee camp you are suspended, there are no opportunities for bettering your education but here I started learning English at elementary level and I’m now at university. Life really is different now.

Badasso, who decided to share his story through the British Refugee Council, now lives in Sheffield in England where he is studying for a degree in Sciences of Development and International Cooperation.

LASSAD

128 sbarre, 18 passi di lunghezza, 8 di larghezza. Ecco cos’è la vita dentro un Cie in Italia

Era dicembre quando nel Cie di Ponte Galeria a Roma, la protesta si era fatta silenzio. Un silenzio di fili neri e verdi tirati via dalle coperte in dotazione e cacciati a forza nella carne. Un grido muto che nega ogni tentativo di trasformare le parole in chiacchiere, che obbliga quantomeno a guardare, a chiedersi perché.
Quel giorno nel Cie c’era anche Lassad un cittadino tunisino che vive in Italia da 22 anni, che non ha voluto distogliere lo sguardo e che ha deciso di provare a rispondere e raccontare. Lassad non ha avuto una vita semplice, aveva conosciuto la detenzione prima di Ponte Galeria ma se gli avessero raccontato che esisteva un luogo così in Italia non ci avrebbe creduto. Lassad ha deciso di battersi per chiedere un monitoraggio del Cie di Ponte Galleria ed è intervenuto il 28 Marzo presso il palazzo della Giunta regionale del Lazio per supportare una mozione specifica a riguardo.

«Vivo in Italia da 22 anni. Gran parte della mia storia è qui. Me ne sono capitate tante e tanti sbagli li ho fatti, ma li ho pagati. Poi mi capita che stavo rientrando con le buste della spesa, mi fermano degli agenti, mi chiedono i documenti e mi portano al volo a Ponte Galeria, in quel posto che chiamate Cie. Mi sveglio la mattina, faceva freddo, era dicembre e mi ritrovo 13 uomini che si erano cuciti la bocca per protestare. Ecco, una storia così ti segna l’anima, non te la togli di dosso. Ti accorgi di essere in una specie di lager, un lager che esiste perché ogni vita ha un prezzo. Quello che viene dato a chi ci tiene dentro. Mi pare siano 41 euro. La nostra vita costa 41 euro, cosa è 41 euro, il valore in borsa, il numero delle scarpe, è calcolato in base al nostro peso, allo spazio che occupiamo? Non lo so. Ditemelo perché io non trovo le parole per capirlo. Un prezzo per le nostre sofferenze, voi che siete entrati dentro avete visto in prima persona il prodotto che è valutato in base a un prezzo. Io no, non mi stupisco di niente, mi sembra di vivere negli anni Quaranta per quello che mi hanno raccontato e per quello che ho letto. Sento un vento gelido di destra che soffia forte e da ogni parte”.
“Che vi devo dire? Il mondo è bello fuori, basta non calpestare i diritti di chi ti sta vicino. Io mi sento una specie di pesce fuori dall’acqua. Non ho più un Paese, non sono né di qua né di là, quale dovrebbe essere la mia casa? E come non ricordare quelle scene, quelle urla… Restavo con la bocca aperta. Queste cose sapevo che succedevano 70 anni fa. E penso alla Storia. È fatta per essere messa nei libri o per essere ricordata, bisogna battere un colpo verso il mondo. Oggi ero alla fermata della metro di Rebibbia, vicino il carcere, c’erano manifesti molto belli con persone che scavalcavano un muro e una scritta, “Liberi tutti”. Sante parole. Eppure sento dire tante cavolate, sento dire che è stata abolita la schiavitù ma credo che grandi come Lincoln si rivolterebbero nella tomba. Quanti secoli ancora dobbiamo aspettare per non dare più un prezzo ad una vita umana cari miei? Dio crea le persone e le persone vengono vendute e comperate, sono quotate sul mercato. Chi lo avrebbe mai detto che ci saremmo ridotti così”.
“Oggi sono fortunato. Sono seduto al posto del Presidente della Regione, ho conosciuto tanta brava gente, ciò che fate voi dà un senso alla mia e alla vostra vita. Altrimenti siamo tutti inutili, finiamo in un mondo meschino, è per gente come voi che riesco a dormire la notte. Voi siete persone che stanno rimpiazzando Fanon. Lo sapete cosa diceva? Diceva che nel mondo esiste chi è pro e chi è contro, e la causa principale si chiama razzismo. Forse non sono ancora tempi per il fascismo ma dobbiamo stare attenti. Dobbiamo far capire che la diversità è una risorsa e dobbiamo saperla sfruttare e ascoltare, non marchiarla. La diffidenza è la madre di tutte le cazzate. Scusatemi se parlo in maniera così confusa, ma così posso dire tutto quello che ho dentro. Sono fuggito tante volte per vivere, Ponte Galeria, Trapani, Regina Coeli e poi ancora Trapani. Ho camminato per 80 chilometri lungo la ferrovia per andarmene lontano da lì. Poi mi hanno ripreso a Roma e non ci ho capito più nulla”.
“Il tempo non passava mai, dovevo tenere la testa allenata e ho cominciato a contare. La gabbia in cui stavamo ha 206 sbarre, giri intorno al perimetro e le luci ti fanno perdere la ragione, di notte non distingui i colori, tutto ti sembra grigio. E io contavo: la lunghezza della gabbia è di 18 passi e mezzo, la larghezza di 8 passi e mezzo, il corridoio è di 128 passi. Non vi basta? Di notte speravo che spegnessero le luci per poter vedere le stelle, io le distinguo, cercavo di vedere l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore invece di guardare le telecamere che stanno dappertutto. Mi dicono che il Cie non è un carcere e ci chiamano ospiti. Ma io ero solo un fottuto numero con cui mi chiamavano ogni giorno, sono questi gli ospiti? Ma perché non me lo hanno tatuato addosso il numero invece di dire parole finte sul trattenimento, invece di parlare di valori che esistono solo sulla carta e che ci scivolano addosso. Non posso pensarci, stavo camminando tranquillamente per strada e mi sono ritrovato in un manicomio a cielo aperto”.
“Io devo molto anche ai giornalisti, alcuni sono anche qui presenti. Ho saputo che nel 2011 il ministro dell’Interno aveva fatto una circolare per impedirvi di entrare: come mai? Non voleva farvi vedere quello che ho vissuto io? Quello che hanno vissuto gli altri? Di solito se un funzionario dello Stato compie un errore così grande si va a vedere se ne ha fatti altri, con questo Ministro è avvenuto? Credo di no, perché altrimenti avreste potuto aggiustare le leggi, cambiarle, riempirle di valori. Ma noi siamo solo gli oggetti, le merci per un business, di mezzo c’è l’economia che secondo me è corrotta. Sembra che in Italia a troppi convenga restare così, ma ancora si può evitare di cadere nell’abisso, si possono impedire altre disgrazie. Trovate un rimedio, trovatelo voi, troviamolo insieme, non è colpa mia se da tunisino sono nato nella parte sbagliata del Mediterraneo.
Si è capito che i Cie non funzionano, lo ha detto bene il dottore che ha parlato prima di me (Alberto Barbieri, di Medu ndr.), ha parlato di ingiustizie e di soldi sprecati, di una istituzione che non serve. Se non lo capiscono gli altri o non lo accettano non va bene. Si continuerà a produrre sofferenza per tutti, per chi è dentro, per i parenti di chi è dentro, molti hanno mogli e figli in Italia, per tutti quelli che temono ogni giorno di essere presi e rinchiusi per nulla, senza aver fatto niente di male”.
“La vita di quelli come me è una continua roulette russa da cui non possiamo uscire. Dateci una possibilità di vivere regolarmente, di lavorare, di darvi una mano a far crescere questo Paese. Un giorno ci ringrazierete. Ma oggi, e voglio concludere, mi avete dato una speranza, se farete un monitoraggio continuo nel centro, ne potrete aiutare tanti a Ponte Galeria e scoprirete tante cose che non vanno. Scoprirete anche che ad esempio, può sembrare una cosa da niente, ma lì non c’è uno psichiatra mentre la gente impazzisce. C’è in carcere, a volte c’è in caserma, perché in un posto dove si sta tanto male non ce ne è uno?”

Oggi Lassad è uscito dal Cie di Ponte Galeria grazie a una sospensiva e spera di tornare ad essere un uomo libero. La sua preziosa testimonianza in favore della mozione presentata dalla consigliera regionale Marta Bonafoni è stata raccolta e diffusa dal Corriere delle migrazioni.

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128 bars, 18 steps lengthways, 8 across. That’s what life is like inside an Italian CIE

It was December when in the Rome Ponte Galeria CIE protest suddenly turned to silence. A silence of black and green threads being pulled out of the issued blankets and thrust into flesh. A mute cry stopping any attempt to turn words into chat, forcing you at least to look, to ask yourself why.
In the CIE that day there was also Lassad, a Tunisian citizen who has lived in Italy for 22 years, who refused to turn his eyes away and who has tried to respond and tell what happened. Lassad’s life hasn’t been simple. He had been detained before Ponte Galeria, but if they had told him then that there was a place like this in Italy he wouldn’t have believed them. Lassad has decided to fight to have the Ponte Galeria CIE monitored, and was present on 28 March at the Lazio regional council offices to support a specific motion.

«I’ve been living in Italy for 22 years. Most of my life I’ve lived here. Lots of things have happened to me and I’ve done many things wrong, but I paid for everything. One day I was going back home with the shopping when I was stopped by the police: they asked me for my papers and then took me straight to Ponte Galeria, to that place you call a CIE. I woke up in the morning, it was cold, it was December and I found myself with thirteen men who had their lips sewn up in protest. Something like that leaves a mark, you don’t shake it off very easily. You realise that you are in a kind of concentration camp, a camp that exists because every life has a price. What do they give those who are inside? I think it’s 41 euros. Our lives are worth 41 euros. What is 41 euros, is it its value on the Stock Exchange, the size of a pair of shoes, calculated according to our weight, the space we occupy? I don’t know. Tell me why I can’t find the words to understand it. A price for our suffering. You’ve been inside, you saw first hand the product that is given a price. As for me, nothing surprises me, I feel as though I’m living in the Forties after hearing what they tell me and after what I’ve read. I can feel an icy wind from the right blowing strong and from all directions”.
“I don’t know what to say. The world is beautiful outside, as long as you don’t trample over the rights of the people next to you. I feel like a kind of fish out of water. I haven’t got a country any longer, I’m neither here nor there, where is my home in your opinion? And how can I forget those scenes, those screams… I was open-mouthed. These things I knew happened 70 years ago. And I think of History. It’s supposed to go down in books and be remembered, you have to give a knock and show the world you are there. Today I was at the Underground station of Rebibbia, near the prison, there were fine posters of people going over a wall and the words “All free”. Sure, I agree. And yet I hear so much rubbish being said, I hear people say that slavery has been abolished: I think great people like Abraham Lincoln would turn in their graves. How many centuries more do we have to wait before we don’t have to put a price on a human life? God creates a person and that person is bought and sold, is quoted on the market. Who could have imagined that we would end up like this?”
“It’s my lucky day today. I’m sitting in the chair of the President of the Region, I’ve met a lot of good people, what you are doing gives a sense to my life and yours. Otherwise we are all useless, we end up in a mean, miserable world. It’s thanks to people like you that I manage to sleep at night. You people are replacing Fanon. Do you know what he used to say? He said that in the world there are those who are for and those who are against, and the main cause is called racism. Maybe these are not fascist times yet but we have to be careful. We have to realise that diversity is a resource and we must be able to take advantage of it and listen, not brand it. Distrust is the mother of all the mistakes in the world. Sorry if I’m saying everything all confused, but this way I can say everything that I have inside me. I have escaped so many times in order to live, Ponte Galeria, Trapani, Regina Coeli and then Trapani again, I walked along a railway track for 80 miles in order to get as far away as possible from here. Then they caught me in Rome and that’s when I went off my head”.
“The time would never pass and I had to keep my head busy and so I began to count. The cage we were in had 206 bars, if you walked round the cage the lights made you go crazy, at night you couldn’t make out any colours, everything looked grey. And I went on counting: the length of the cage is 18 steps and a half, the corridor is 128 steps. Isn’t that enough for you? At night I hoped that they would turn off the lights so that I could see the stars, I can read them, I tried to make out The Great Bear and Orsa Minor instead of looking at the surveillance cameras that were everywhere. They tell me that a CIE is not a prison and they called us guests. But I was just a bloody number that they used to call me with every day. Is that what guests are? Why didn’t they just tattoo the number on me instead of talking about values that exist only on paper and that have nothing to do with us. I couldn’t believe it – there I was calmly walking along the street and I find myself in an open-air madhouse”.
“I also owe a lot to journalists, and some of them are here present. I heard that in 2011 the Minister of the Interior had issued a circular to stop you from entering: how come? Didn’t they want you to see what I had lived through? What all the others have lived through? Usually if a civil servant makes such a big mistake you go and check if he has made any other mistakes. Did that happen with this Minister? I don’t think so, because otherwise you could have adjusted the laws, changed them, filled them with values. But we are only objects, goods for business, and in between there is the economy which in my opinion is corrupt. It seems as if in Italy too many people are happy just to leave things as they are, but we are still in time to stop things getting worse, we can prevent further tragedies. Find a solution, you find it, let’s find it together, it’s not my fault that I am a Tunisian and that I was born on the wrong side of the Mediterranean.

It’s obvious that CIEs, these detention centres, don’t work, the doctor who spoke before me was right (Alberto Barbieri, of Medu ed.), he spoke of injustice and waste of money, of an institution that is useless. If others don’t understand that or don’t accept it, that’s not right. We’ll just go on producing more suffering for everybody, for those who are inside, for the relatives of those who are inside - many have wives and children in Italy - for all those who are afraid of being caught and locked up without having done anything wrong.”
“Life for people like me is a continuous Russian roulette that we can’t escape from. Let us lead a normal life, work, let us give you a hand to make this country grow. One day you’ll thank us. But today, let me say this as a last thing: you’ve given me hope. If you keep the Centre continually monitored you’ll be able to help lots of people inside Ponte Galeria and you’ll discover many things that are not right. You’ll discover for example, and it might seem unimportant but inside there is no psychiatrist, while people are going crazy. There’s one in a prison, at times also in army barracks, but why isn’t there one in a place where so many people are so distressed?”

Today Lassad has left the Ponte Galeria CIE thanks to a suspension and he hopes to go back to being a free man. His precious testimony in favour of the motion presented by the regional councillor Marta Bonafoni has been published by the Corriere delle migrazioni.

AHMED

[English version below]

Ahmed, 31 anni, ha deciso di lasciare il suo Paese, la Somalia a causa dei violenti scontri scatenati dalle milizie del gruppo Al Shabab nella regione di Medina. Al momento di partire Ahmed cercava un posto sicuro per vivere, non immaginava un viaggio lungo 5000 km e 16 mesi, né che avrebbe rischiato la vita attraversando il deserto e il mare.

“Ho lasciato il mio Paese per molte ragioni, per gli scontri etnici, perché non era più sicuro. Il posto più vicino era il Kenya e lì sono andato.
Ho vissuto a Nairobi per due mesi, ma senza documenti non potevo fare niente che mi permettesse di sopravvivere e avevo paura che la polizia keniota potesse arrestarmi. Così ho deciso di spostarmi verso il confine con l’Uganda e, da lì, verso Kampala, dove sono rimasto per un mese. Anche qui però la vita era molto dura. Non conoscevo nessuno che potesse aiutarmi e quando mi consigliarono di andare verso la Libia perché da lì sarebbe stato facile raggiungere l’Europa ho pensato fosse una buona idea”.

A quel punto erano già passati tre mesi da quando Ahmed era partito. Arrivare in Libia da Kampala, significa dover raggiungere il Sud Sudan e attraversarlo, entrare in Sudan risalendo il Nilo su di un’imbarcazione e proseguire fino a Kartoun. Infine, trovare un modo per attraversare il Sahara, che vuol dire quasi sempre affidarsi ai “trafficanti di uomini”. Il viaggio da Kartoun costa 360 dollari. Quando Ahmed parte, viene inserito in un gruppo di 80 persone ammassate in 12 fuori strada; il viaggio nel deserto dura tre giorni e tre notti, ma non conduce alla Libia. Il gruppo di viaggiatori viene scaricato in mezzo al deserto e ceduto a un ricco “signore” dei trafficanti che fissa il nuovo prezzo per riacquistare la libertà: possono pagare 800 dollari oppure morire nel Sahara di sole e di sete.

“Mi ammalai - racconta Ahamed - pensavo di essere vicino alla morte. Eravamo circa 200 all’inizio, cinque di noi morirono lì. Grazie a Dio, un mio connazionale mi diede 200 dollari per completare il mio pagamento. Ci muovemmo da lì verso la Libia ma poco prima di raggiungere Kufra, ci imbattemmo in un gruppo di militari libici che arrestarono i trafficanti e lasciarono noi nel Sahara senza acqua, cibo né ombra. Vennero a riprenderci dopo 24 ore, ci caricarono in un camion e ci portarono a Kufra, in prigione. Lì sono rimasto per 4 mesi, ci picchiavano un giorno sì e uno no”

Approfittando di una momentanea distrazione delle guardie, Ahmed, insieme ad altri tre detenuti, riesce a fuggire dal carcere e a nascondersi nella zona della città dove vivono gli “africaans”: qui trova aiuto e può contattare la sua famiglia per farsi inviare 500 dollari,che gli consentono di raggiungere Bengasi e poi Tripoli.

“La prima volta che la polizia mi fermò a Tripoli per chiedermi i documenti, per errore risposi in inglese invece che in arabo. Mi picchiarono con i manganelli e con il calcio delle loro pistole, mi derubarono e mi intimarono di andarmene. La seconda volta mi portarono in cella: ci sono rimasto per due mesi. Due settimane dopo il rilascio decisi che avrei preso una nave per l’Europa, la Libia era un inferno, non volevo vivere lì. Gli altri pagarono ai trafficanti del mare tra i 400 e i 500 dollari per il viaggio, ma io non avevo soldi. Così raccontai che a scuola avevo imparato la navigazione, che sapevo usare un compasso nautico e mi credettero. In realtà non ne sapevo niente, ma avevo letto qualcosa su Internet a proposito dei Gps e di come funzionano”

Il gommone che lascia Tripoli con destinazione Malta, ospita 55 persone. Ad Ahmed viene consegnato un navigatore satellitare e gli viene indicata una direzione da seguire, ma le condizioni meteorologiche sono critiche. Ben presto l’imbarcazione comincia a riempirsi d’acqua e il panico si diffonde tra l’equipaggio. Si combatte per 10 ore, andando alla deriva, svuotando il mare nel mare, come si può, per quello che si può, sperando in una nave che possa prestare soccorso.

“Il mare ci aveva portato a poche miglia da Tripoli, verso la costa della Tunisia. I militari tunisini che intercettarono la nostra imbarcazione ci chiesero se eravamo diretti verso l’Italia, poi ci picchiarono e ci portarono in un centro di detenzione dove rimanemmo per tre settimane. C’erano anche donne incinte nel nostro gruppo. Alcuni militari ebbero forse compassione e ci lasciarono andare, dicendoci però ma che se ci avessero rivisto in mare ci avrebbero ucciso. Tornai a Tripoli e dopo un mese trovai un altro trafficante che aveva una barca, un gommone, a dire il vero, e avevamo solo biscotti e poca acqua che finì dopo due giorni di navigazione. L’ultimo giorno ho bevuto l’acqua del mare, perché la sete era troppa, ma per fortuna in tre giorni e tre notti arrivammo a Malta, finalmente al sicuro.”

Oggi Ahmed vive a Malta, dove gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato e dove lavora saltuariamente come interprete e traduttore. Il suo sogno, ha raccontato all’UNHCR, che ha raccolto e diffuso la sua storia, è di trasferirsi negli USA e ricominciare la sua vita da lì.

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Ahmed, 31 years of age, decided to leave his country, Somalia, because of the violent clashes caused by the Al Shabab militia in the region of Medina. On leaving, Ahmed was just searching for a safe place to live in; he could never have imagined that he was about to go on a journey of 5,000 kilometres and lasting 16 months, nor that he would be risking his life crossing the desert and the sea.

“There were many reasons why I left my country, the ethnic violence, because it wasn’t safe. The nearest place was Kenya, so there I went.
I lived in Nairobi for two months, but without any papers I couldn’t do anything to survive and I was worried that the Kenyan police would arrest me. So I decided to move down towards the border with Uganda and from there towards Kampala, where I stayed for a month, but life was very hard there too and I didn’t know anyone who could help me. One day someone told me to head for Libya because it was easy to get across to Europe from there and I thought it was a good idea.”

It’s already three months since Ahmed left. Getting to Libya from Kampala means having to get to South Sudan and cross it, enter Sudan by going up the Nile on a boat and going on as far as Khartoum. Then, finding a way of crossing the Sahara, which almost always means getting involved with human traffickers. The journey from Khartoum cost 360 dollars. When for Ahmed is time to leave, the group was made up of 80 people, all piled up in 12 big jeeps. The journey in the desert lasted three days and three nights, but didn’t lead to Libya. It stopped in the middle of the desert where a rich-looking man bought the whole group and fixed a new price for their freedom: pay 800 dollars, or be left to die in the Sahara, one day at a time, of heat and thirst.

“I fell ill – says Ahmed – I could feel myself close to death. There were about 200 of us at the beginning, five of us died right there. Thank God a fellow national gave me 200 dollars to make up the sum I needed. We left from there and headed towards Libya but just before reaching Kufra we ran into a group of Libya soldiers who arrested the traffickers in charge of us and left us there in the desert with no water, no food and no shade. They came to pick us up 24 hours later, loaded us up on a truck and took us to Kufra, into prison. There I remained for 4 months, and they beat us up every other day.”

Taking advantage of a moment when the guards weren’t looking, Ahmed and three other detainees managed to escape and hid in the ‘African’ part of the town. Here he found help and managed to contact his family and get them to send him 500 dollars, in order to reach Bengazi and then Tripoli.
“The first time the police stopped me at Tripoli to check my papers I made the mistake of answering in English instead of Arabic. They beat me with their truncheons and their gun-butts, took my money and told me to get the hell out of it. The second time I was thrown into a cell, where I stayed for two months; two months after my release I decided to get a boat for Europe, Libya was just hell, I didn’t want to live there. The others paid the sea traffickers with 400 and 500 dollars for the crossing, but I didn’t have any money. So I made up the story that I knew how to navigate, that I knew how to use a nautical compass and they believed me. Actually I knew no such thing, but I had read something about the GPS system on the Internet.”

The boat that left Tripoli, destination Malta, carried 55 people. Ahmed was handed a satellite navigator and given the direction to follow, but the weather conditions were bad. Soon the boat began to fill up with water and the crew were panic-stricken. They fought against the bad weather for 10 hours, drifting helplessly with the wind, trying to bale out the water as best as they could, hoping for a ship that would rescue them.

“The sea had taken us to within a few miles of Tripoli, towards the coast of Tunisia. The Tunisian patrol that intercepted our boat wanted to know if we were heading for Italy, then they beat us and took us to a detention centre where we remained for three weeks. There were also pregnant women in our group. Some of the guards were sorry for them so they let us go but they told us that if they saw us out at sea they would kill us. I returned to Tripoli and after a month I found another trafficker who had a boat, an inflatable dinghy actually, and we had just biscuits and a little water, which finished after two days at sea. The last day I drank seawater because I was so thirsty, but luckily after 3 days and 3 nights we arrived at Malta, safe at last.”

Today Ahmed lives in Malta, where he has been granted refugee status and where he has a part-time job as an interpreter and translator. His dream, he told them at UNHCR, is to emigrate to the United States and re-start a new life there.

MARTHA

[English version below]

Martha Anger, 20 anni, è scappata da un piccolo villaggio nel Sud Sudan per salvare la sua vita e quella della bambina che portava in grembo. Sua figlia, che oggi ha 3 mesi, è nata in Uganda, si chiama Nyaring che in lingua dinka vuol dire “fuggiasca”.

“Quei giorni - racconta Martha - hanno lasciato un marchio indelebile nella mia vita. Non avrei mai creduto possibile e non dimenticherò mai quello che mi è accaduto. Alcuni uomini con divise militari sono entrati nel nostro villaggio armati di fucili AK-47. Era sera e i militari hanno ordinato a tutti di uscire dalle case. Erano una decina, forse di più. Hanno cominciato a sparare senza neanche spiegarci perché, quale era il problema, che cosa volevano. La gente scappava correndo in mezzo ai proiettili. A me erano appena iniziate le contrazioni del parto, ma si bloccarono immediatamente. Quello che ricordo è un brivido freddo che mi percorreva la colonna vertebrale mentre cadevo in ginocchio ripetendomi: “Dio avrà pietà del mio bambino”.

Quando Martha riapre gli occhi, capisce che le sue preghiere non la salveranno. Tutti quelli che erano ancora vivi stavano provando a fuggire. Quella che fino a un attimo prima era una strada, era diventata una distesa di corpi e sangue. Il rumore continuo degli spari era rotto dalle grida e dai lamenti.

“È stato in quel momento - ricorda Marha - che ho deciso di sfidare la sorte e provare a fuggire. Ho corso, corso e poi ho corso ancora. Sentivo i proiettili sibilare accanto alla testa ma non mi sono fermata, neanche quando ho sentito che le doglie stavano ricominciando. Ho dovuto farlo quando sono arrivata a un torrente: non potevo più correre, il mio cuore batteva all’impazzata e le contrazioni iniziavano a diventare più forti.”

Martha decide di costeggiare il piccolo corso d’acqua cercando riparo nella foresta, qui incontra altri sopravvissuti come lei, molti sono feriti. Questo breve momento di riposo serve anche per provare ad avere informazioni sui suoi cari, prima di rimettersi in marcia.

“Ho saputo che della mia famiglia undici persone erano morte e nove erano gravemente ferite. Due di queste morirono quella notte, nella foresta. Alle prime luci dell’alba decidemmo di dirigerci verso l’Uganda, le mie contrazioni erano meno frequenti così cominciammo a muoverci. Restammo nella foresta, lontano dalle strade per paura di incontrare gruppi di insorti”.

Marta è arrivata in Uganda il 3 gennaio e poco dopo ha partorito la sua bambina. Oggi vive con lei nello Dzaipi Reception Center.

“Ho ottenuto lo status di rifugiata, sono madre di una bambina che non avrà mai un padre e una nonna, tutto è nuovo per me. Nel centro di accoglienza la situazione è molto dura, ci sono problemi con i vestiti, il cibo, l’acqua. Vorrei tanto che ci fosse un modo per aiutare il mio paese a ritrovare la pace, per ritornare a casa. Il mondo dovrebbe vedere e capire cosa succede in Sud Sudan dove donne, anziani e bambini soffrono a causa della guerra. Non so se incontrerò mai i soldati che hanno assassinato la nostra gente. Se mai succedesse, gli dirò che hanno disonorato il Sud Sudan, ma per tornare nella mia terra, per ricostruire la nostra nazione, sono pronta a perdonare e a riconciliarmi con loro”.

La storia di Marta, raccolta e diffusa da Irinnews è un coraggioso appello a una riconciliazione nazionale che sembra, purtroppo, ancora molto lontana.

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Martha Anger, 20 years old, had to run away from the little village in South Sudan to save her life, and the life of the child she bore in her womb. Her daughter, Nyaring, who today is three months old, was born in Uganda, and her name in Dinka means ‘fugitive’.

“Those days have left an indelible mark on my life, what happened to me I wouldn’t have thought possible, and I don’t think I will ever forget it. Some men in military uniform and armed with AK-47 rifles burst into our village, it was evening and they made everyone come out of their homes. There were a dozen of them or maybe more, they began to shoot without first telling us what it was all about, what was the problem. Everyone began running, with the bullets flying all around. My birth pains had just begun but they stopped at once. What I remember was a cold shiver going up my spine while I dropped on my knees repeating to myself: “God have pity on my baby!”.

A few moments later, when Martha reopened her eyes, she realized that her prayers were not going to be answered, those who were still alive were trying to get away, and what a short time before had been a normal road was now a mass of bodies and blood, the noise of shooting interrupted only by cries and groans.

“That was the moment that I decided to try my luck and attempt to get away. I ran and ran, I ran as hard as my legs would carry me, I could hear the bullets whistling around my head but I didn’t stop, not even when I felt the birth pangs coming back. I stopped when I came to a stream, I couldn’t run any further, my heart was beating like crazy and the contractions had started again and getting stronger.”

Martha decided to follow the stream and seek shelter in the forest, where she met other survivors like herself, many injured. This short moment of respite also served to try and get information about the rest of her family, to see what had remained of them, before setting off again.

“I was told that nine of my family had been seriously injured and eleven had died during the raid. Two of the wounded died that night, in the forest. At the first light of dawn we decided to set off for Uganda, my contractions were less frequent now so we started to move. We stayed in the forest, a long way away from the roads for fear of coming across groups of insurgents.”

Martha arrived in Uganda on 3 January and there she gave birth to her baby daughter. Today she lives at the Dzaipi Reception Centre together with her daughter.

"I’m living in Uganda now and I’m a refugee, and the mother of a baby who will never have a father and a grandmother, everything is new for me. Life is very hard in the reception centre, there are problems with clothes, food, water, and I really wish there was a way of helping my country to find peace again, so that I can return home. The world should see and realize what is happening in South Sudan where women, old people and children are suffering so much because of the war. I don’t know if I will ever meet the soldiers who killed our people. If I do I will tell them they have dishonoured South Sudan, but in order to reconstruct our country I’m prepared to pardon them and reconcile myself with them so that I can return to the land that I belong to.”

Martha’s story, broadcast by Irinnews, is a brave appeal for national reconciliation, which unfortunately still seems a long way off.

CHENZIRA

[English version below]

Chenzira è originaria dello Zimbawe, nel suo paese era un’insegnante. Quando l’istituto caritatevole nel quale lavorava è stato dichiarato “non gradito” dal regime, Chenzira è diventata un nemico politico del suo paese ed è stata costretta a fuggire per salvarsi la vita.

“Mi sono messa in viaggio senza sapere dove stavo andando né chi avesse potuto aiutarmi. Ho deciso di provarci comunque perché l’alternativa era di aspettare il momento in cui mi avrebbero ucciso. La maggior parte del tempo ho viaggiato a piedi, evitando le strade principali e resistendo alla tentazione di usare troppo spesso gli autobus. Quando sono arrivata in un piccolo villaggio a ridosso del confine ho pensato di muovermi verso la città più vicina, dove, avevo saputo, sarebbe stato possibile unirmi a un gruppo che, come me, cercava di lasciare l’Africa. Dovevo andare fuori dal continente, il governo dello Zimbawe ha buone relazioni con molti stati africani e io non potevo fidarmi di nessun governo, di nessuna autorità”

Appena arrivata in città Chenzira viene avvicinata da alcuni “agenti” che si occupano di aiutare le persone che, come lei, intendono uscire illegalmente dal paese. Il viaggio per l’Europa costa e bisogna farlo “al buio” perché non c’è possibilità di scegliere, né di sapere, la destinazione finale.

“Durante il viaggio diventi vittima ancora una volta, gli “agenti” possono aiutarti ma alle loro condizioni. Non ci è stato chiesto se volessimo andare in Francia, nel Regno Unito o in Olanda, tutto veniva deciso dai trafficanti in virtù del loro giro d’affari.
Io sono arrivata in Inghilterra, mi hanno scaricata vicino a una stazione degli autobus. Non mi fidavo più di nessuno, così per i primi due giorni sono rimasta lì, a dormire sotto un ponte, senza soldi, senza cibo. Il secondo giorno ho conosciuto alcune persone che andavano verso Tesco, due donne divisero il loro cibo con me, mi aiutarono e mi presentarono a una famiglia che mi ospitò per qualche tempo.”

Chenzira trascorre nella sua nuova, provvisoria casa alcune settimane. In questo tempo le vengono fornite cure, cibo e vestiti ma soprattutto le viene dato il tempo per ritrovare la sua fiducia, perché non è facile credere ancora che qualcuno possa aiutarla a ricominciare una vita, a progettare di nuovo il futuro.

“A quel tempo non avevo idea di cosa fosse l’asilo politico e mi sentivo a disagio a dover raccontare agli ufficiali dell’ufficio immigrazione tutto quello che mi era capitato. Mi è stato chiesto più volte se avevo pianificato di venire nel Regno Unito, ma io, cercavo di spiegare, non avevo pianificato niente, ero scappata dall’Africa per salvare la mia vita. Alcuni funzionari credono che tu voglia approfittare del sistema di asilo, ma io stavo solo chiedendo aiuto e ti ferisce sapere che credono tu stia mentendo. Quando ho ottenuto lo status di rifugiata ho sentito che mi veniva restituita la mia vita. Sono libera, se ho bisogno di aiuto so a chi posso rivolgermi, ma la mia vita è nelle mie mani. Io so che cosa voglio e so che sono in grado di ottenerlo. Adesso guardo avanti, ho perduto tanto tempo, ma non sto cercando di riavere indietro ciò che ho perduto, voglio andare oltre, il mio viaggio non è ancora finito.”

Chenzira ha ottenuto l’asilo politico nel 2009, attualmente vive nel Regno Unito dove studia per conseguire una qualifica di assistente sociale. Chenzira ha deciso di raccontare e condividere la sua storia tramite lo Scottish Refugee Council perché possa essere d’aiuto e d’ispirazione per altri rifugiati che, come lei, hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle e scappare.

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Chenzira comes from Zimbabwe. In her country she was a teacher. When the charity institute she worked for was declared unwelcome by the regime, Chenzira became a political enemy in her own country and was forced to flee to save her life.

“I set off without even knowing where I was going nor who could help me. I decided to go all the same because the alternative was to wait and be killed. Most of the time I walked, keeping away from the main roads and trying not to use buses if I could help it. When I arrived at a small village next to the frontier I decided to go towards the nearest town, where I had heard it would be possible to join a group that like me was trying to leave Africa. I had to leave the continent, the Zimbabwean government has good relations with many African states and I couldn’t trust any government, any authority.”

As soon as she arrived in the town Chenzira was approached by so-called ‘agents’ who deal with people who like her intend to leave the country illegally. The journey to Europe costs a lot of money and you have to pay ‘blind’ because there is no way of choosing, or knowing even, what the final destination is going to be.

“During the journey you become a victim a second time, the agents can help you but on their conditions. We weren’t asked where we wanted to go, if we wanted to go to France, the UK or Holland, everything was decided by the traffickers depending on what suited them at the time.
I arrived in England, they dropped me off near a bus stop. I didn’t dare to speak to anyone so for two days I stayed there, sleeping under a bridge, without any money, without food. The second day I got to know some people who were going to Tesco, two women shared their food with me, they helped me and took me to a family that took me in for a time.”

Chenzira spent a few weeks in her new provisional home. During that time she was looked after, and given food and clothes, but above all she found the time to regain her confidence and trust in others, because it is not easy to still believe that someone can help you to start a new life, to plan the future all over again.

“At the time I had no idea what political asylum was and I found it difficult to tell the Immigration officers everything about what had happened to me. They kept asking me if I had planned to come to the UK and I tried to explain that I had planned nothing, I had escaped from Africa to save my life. Some of them think that you are trying to take advantage of the asylum system, but I was only asking for help and it offends you that they think you are lying. When I received my refugee status I felt as though they had given me my life back. I’m free, if I need help I know who I can turn to, but my life is in my own hands. I know what I want and I know that I can get it. So now I’m looking forward, I’ve wasted too much time, but I’m not trying to have back what I’ve lost, I want to go forward, my journey isn’t over yet.”

Chenzira obtained political asylum in 2009, and is currently living in the UK where she is studying for the qualification of social assistant. Chenzira decided to tell her story through the Scottish Refugee Council so that it can be of help and inspiration for other refugees who like her have had to leave everything behind and escape.

FAUSTIN

[English version below]


Faustin aveva solo sette anni quando nel luglio del 2013 è stato abbandonato di fronte all’ospedale di Lilongwe, capitale del Malawi. Il bambino, che mostrava evidenti segni di maltrattamento, era in condizioni di salute critiche, soprattutto per un’avanzata cancrena a una gamba che i medici hanno dovuto amputare per salvargli la vita. La storia di Faustin raccontata per giorni dalle radio locali non è passata inosservata allo staff dell’UNHCR, che ha immediatamente raggiunto il bambino per cercare di ricostruirne la storia e per aiutarlo a muovere i suoi primi passi verso il futuro.

Faustin è nato nella repubblica democratica del Congo, nella tormentata provincia del North Kivu. Nel 2011, in seguito all’uccisione dei suoi genitori, viene condotto in Malawi da suo zio che si rivela ben presto un carceriere invece che un familiare sul quale contare per avere affetto e protezione. Durante il tempo della sua “prigionia”, a Faustin viene negata la possibilità di frequentare una scuola e nelle mani dei suoi aguzzini diventa un servo da utilizzare a piacimento, talvolta gli viene persino rifiutato un pasto e le percosse sono all’ordine del giorno.

Nonostante Faustin sia solo un bambino, decide che è tempo di provare a fuggire, ma avvistato dai vicini di casa viene bloccato e restituito agli zii. Il suo gesto gli vale l’ultimo doloroso abuso, un cavo di metallo stretto alla caviglia per impedirgli di fuggire ancora, un cavo troppo stretto che ben presto gli danneggia irrimediabilmente la gamba. Forse sono state le condizioni di salute del bambino che hanno allarmato i suoi “guardiani”, che dopo averlo abbandonato davanti al Nkhoma Hospital hanno tempestivamente lasciato il paese dirigendosi verso il Mozambico.

I mesi passati da Faustin allo Nkhoma Hospital non hanno solo alleviato le sue sofferenze fisiche ma lo hanno anche aiutato a ristabilire un contatto sano con il mondo degli adulti. Il bambino, riferisce lo staff ospedaliero, ha una grande carica di vitalità e, se non fosse per gli evidenti “segni” che porta sul suo corpo, sarebbe difficile immaginare i traumi e la perdita che ha subito.

Alla fine del 2013, una buona notizia rida’ speranza al futuro di Faustin e a quanti hanno seguito con partecipazione la sua drammatica storia: il bambino viene inserito in un programma di ricollocamento negli Stati Uniti destinato ai minori non accompagnati che provvederà ad affidare Faustin a una famiglia che possa accudirlo e soprattutto amarlo. Per Faustin è come un sogno che si avvera, nei lunghi mesi passati in ospedale la sua richiesta più frequente era stata semplice e commovente “voglio una nuova casa e una nuova mamma”.

Era una vera e propria folla quella che ha accompagnato Faustin all’aeroporto il giorno della partenza, c’erano alcuni membri dello staff dell’UNHCR e poi medici e infermieri che lo avevano seguito nei mesi precedenti. Il primario dell’ospedale che gli ha augurato una brillante carriera scolastica non ha considerato quanto fossero diversi i sogni di un bambino: “In America ci sono tanti giocattoli?” ha domandato Faustin ai suoi accompagnatori e in questa domanda c’è la conferma che nonostante la durezza che la vita gli ha riservato il piccolo ha conservato almeno un pezzetto della sua preziosa ingenuità.


Oggi Faustin vive negli Stati Uniti d’America e ha trovato la sua nuova mamma. Il malawy ospita circa 17.000 tra rifugiati e richiedenti asilo. La maggior parte di loro proviene dalla repubblica democratica del Congo.

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Faustin was only seven when in July 2013 he was abandoned in front of the hospital of Lilongwe, the capital of Malawi. The child, with obvious signs of malnutrition, was in a critical state of health, especially owing to advanced gangrene in one leg, which the doctors were forced to amputate in order to save his life. The story of Faustin broadcast for days over the local radios did not pass unobserved by UNHCR staff, who immediately took an interest in the child in order to reconstruct his story and help him to take his first steps towards the future.

Faustin was born in the Democratic Republic of Congo, in the tormented province of North Kivu. In 2011 the child’s parents were killed, and the child was taken to Malawi to stay with an uncle who very soon showed his true intentions: a jailer instead of a relative who to turn to for affection and protection. During the time of this ‘imprisonment’, Faustin was denied the possibility of going to school and in the hands of his tormentors became a servant to use as they thought fit. At times he had to go without food, and physical violence was the norm.

Despite the fact that Faustin was only a child, he decided that it was time to try and escape, but he was spotted by neighbours who caught him and handed him back to his family. This last attempt at flight cost him more painful punishment, a metal cable tied tightly round his ankle which very soon damaged his leg irremediably. Perhaps it was his state of health that alarmed his ‘guardians’, who abandoned him in front of Nkhoma Hospital and left the country as quickly as they could for Mozambique.

The months that Faustin spent at Nkhoma Hospital not only relieved his physical sufferings but also helped him to re-establish healthy contact with the world of adults. According to the hospital staff, the child showed great vitality and if it had not been for the obvious signs that he showed all over his body, it would have been difficult to imagine the traumas that he had undergone.

At the end of 2013, there was good news for the future of Faustin: the boy had been inserted in a re-collocation programme in the United States for unaccompanied minors, which would entrust Faustin to a family who would look after him and above all give him love. For Faustin it was like a dream come true. In the long months spent in hospital his most frequent request had been simple and moving: “I want a new house and a new mum”.

A huge crowd accompanied Faustin to the airport the day of his departure. There were members of UNHCR and doctors and nurses who had followed him during all those months before. The hospital director who wished him a brilliant school career didn’t stop to think how different the dreams of a child are: “Are there many toys in America?” Faustin asked the people accompanying him and in that question was the confirmation that despite the harshness that life had reserved for him, the little boy had preserved at least a little corner of his precious childishness.

Today Faustin lives in the United States of America and has found his new mum. Malawi contains around 17,000 refugees and asylum seekers. Most of them come from the Democratic Republic of Congo.

YONATHAN

[english version below]

Yonathan viene dall’Eritrea, nel suo paese il servizio militare è obbligatorio, rifiutare l’arruolamento è un crimine punito con anni di prigione. Nonostante i rischi, Yonathan, 26 anni, laureato in ingegneria informatica, decide di lasciare il suo paese da “disertore” per ricominciare la sua vita in un altro stato Africano. La sua storia è stata raccolta da Irinnews in una lunga telefonata dalla Svezia.

“Il mio piano era di lasciare l’Eritrea il prima possibile, dopo aver finito l’università avrei dovuto arruolarmi nell’esercito, ma mi rifiutai. Mi spostai ad Asmara, la capitale, dove lavoravo illegalmente standomene nascosto. Quando alcuni dei miei amici cominciarono a sparire pensai che potevo essere il prossimo. Dovevo andare via, non mi importava dove, ma sono nato in Sudan e conosco la lingua, così decisi di andare lì. Sapevo che c’era il rischio di essere rapiti per questo ho preferito non affidarmi ai contrabbandieri per la fuga e contare solo su di me e su alcuni amici. Arrivati a Kassala, nella regione est del Sudan, uomini di etnia Rashaida provarono a prenderci ma eravamo in sei e riuscimmo a difenderci, poi intervennero i militari sudanesi e ci portarono nel campo profughi di Shagarab”

Al campo profughi Yonathan e i suoi amici capiscono subito di non essere in salvo. I rashaida entrano ed escono dal campo ogni giorno, prendono nota dei nuovi arrivi, mentre le guardie, deputate alla sicurezza del campo, intascano banconote e fingono di non vedere.

“Erano passate tre settimane dal nostro arrivo a Shagarab, era mattina e noi stavamo raccogliendo legna quando fecero irruzione nel campo. Presero me e altri due ragazzi, ci caricarono sui loro veicoli e ci picchiarono poi ci condussero da qualche parte a nord di Kassala dove ci riunimmo ad altri Eritrei che come noi erano stati rapiti. Nei giorni seguenti altri connazionali si aggiunsero al gruppo, finché non fummo abbastanza numerosi da essere considerati una “partita” redditizia.”

Al confine con il Sinai, il gruppo, che ormai è composto da più di trenta persone viene “ceduto” ad alcuni Egiziani che con le loro imbarcazioni li conducono ad Aswan, sull’altra sponda del Nilo e poi oltre il canale di Suez. Per trasportarli si servono di un grande tir, di quelli che si usano per il pollame. Dove li portano è il mercato, loro sono la merce.

“Ci divisero e ci assegnarono a diversi trafficanti, io e altri tredici fummo portati in un centro di tortura dove ci chiesero 3.500 dollari per il nostro rilascio. Ci facevano chiamare la nostra famiglia due o tre volte al giorno e durante le chiamate ci colpivano, così che, dall’altro capo del telefono, potessero sentire le nostre grida. I miei familiari e i miei amici sono riusciti a mettere insieme i soldi e hanno pagato per me. Quando i soldi sono arrivati ci hanno fatto salire su una macchina, eravamo stati rivenduti a un altro trafficante, lui di dollari ne voleva 30.000, aveva pagato molto per acquistarci, ci disse, doveva averne un ritorno”

Il secondo campo di tortura in cui Yonathan viene trasportato è l’inferno. Ai detenuti viene data una fetta di pane al giorno e i maltrattamenti e le torture sono programmati, il tempo del dolore è scandito da una turnazione pensata per intensificare il dolore durante le quotidiane telefonate ai familiari. Ci sono anche tre donne detenute insieme a Yonathan, di cui una incinta, e subiscono lo stesso trattamento degli uomini.

“Ci appendevano a testa in giù legati per le caviglie, altre volte per i polsi e ci versavano addosso plastica fusa. Dopo una settimana uno dei ragazzi che era stato rapito con me morì, io stesso ero messo veramente male. Avevo un polso rotto e le caviglie lacerate dalla catena troppo stretta, vedevo poco e facevo fatica a stare in piedi. Sapevo che la mia famiglia non avrebbe potuto pagare 30.000 dollari così persi la speranza. Provai a suicidarmi recidendomi la giugulare con un cavo, ma era troppo vecchio e arrugginito e non funzionò così chiesi a uno dei traduttori che era Eritreo di procurarmi un veleno qualsiasi che potesse aiutarmi a morire ma si rifiutò di aiutarmi. Non potevo fare a meno di pensare a mia madre che riceveva queste chiamate, che non aveva quei soldi e non sapeva cosa fare. Almeno, se io fossi morto non sarebbe andata avanti per mesi.”

Ci sono voluti tre mesi perché la famiglia mettesse insieme la somma necessaria alla liberazione di Yonathan che ormai era in fin di vita, quasi sempre privo di conoscenza, troppo debole per camminare e con le mani parzialmente in cancrena per l’essere rimasto troppo a lungo appeso per i polsi. Dell’ultima parte del suo viaggio verso Israele Yonathan non ricorda nulla, ha perso i sensi dopo pochi metri ed è stato trasportato dagli uomini che condividevano con lui quest’ultimo tratto guidati dal loro nuovo custode, questa volta un beduino. La pattuglia israeliana che si è imbattuta nel gruppo di rifugiati ha disposto l’immediato trasferimento Yonathan presso un ospedale dove è rimasto ricoverato per alcuni mesi.

“Ho contattato la mia famiglia per dire loro che ero vivo ma non gli ho detto delle mie ferite alle mani. Ho perso molte delle mie dita e muovo a fatica quelle rimaste così praticamente non posso usare le mani. Mi hanno detto che è stato fatto tutto il possibile ma che si potrebbe fare di più con qualche intervento di chirurgia avanzata. Sono stato per più di un anno in un ricovero a Petah Tikva a est di Tel Aviv, mi sentivo malissimo perché da una parte ero felice di essere sopravvissuto, dall’altra pensavo che forse sarebbe stato meglio morire perché ormai ero destinato a dipendere dagli altri. Io avevo sempre contato solo su me stesso e odiavo chiedere aiuto agli altri. In Israele quelli come me li considerano “infiltrators” e non importa quante volte abbia raccontato ciò che mi era successo. Col tempo capii che non mi sarebbe stato possibile fare richiesta d’asilo e che la legge permetteva al governo di arrestarmi e tenermi in detenzione per più di tre anni. Questa situazione mi atterriva perché dopo tutto ciò che avevo subito venivo trattato come un criminale. Volevo andare via ma non avevo il passaporto e in quanto disertore non potevo rivolgermi alla mia ambasciata.
Stavo parlando con alcuni giornalisti della mia storia quando conobbi alcuni attivisti Europei che mi hanno invitato a Bruxelles nel dicembre 2013 per raccontare la mia storia al parlamento Europeo.”

Oggi Yonathan ha 28 anni e vive in Svezia dove sta ultimando l’iter che gli consentirà finalmente di ottenere lo status di rifugiato. Grazie a una rete di donatori tedeschi potrà accedere a trattamenti chirurgici per le sue mani non appena avrà regolarizzato il suo status.

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Yonathan comes from Eritrea. In his country military service is compulsory, and if you try and get out of it that is a crime punishable with years in prison. Despite the risks, Yonathan, 26 years of age, with a degree in information engineering, decided to leave his country as a ‘deserter’ and try and re-start a new life in another African country.

"My plan was to leave Eritrea as soon as possible. After University I would have had to join the army, but I refused. I went to Asmara, the capital, where I worked illegally and stayed out of sight. When some of my friends started to disappear I thought that I might be the next to go. I had to go, no matter where. I was born in Sudan and I know the language, so I decided to make for there. I knew there was a danger of being kidnapped so I decided not to get involved with the smugglers for my escape and count only on myself and the help of some friends. When we arrived at Kassala, in the eastern region of Sudan, men of the Rashaida ethnic group tried to capture us but there were six of us and we managed to fight them off, then Sudanese soldiers arrived and took us to the Shagarab refugee camp.”

At the refugee camp Yonathan and his friends realized immediately that they hadn’t been saved. The Rashaida came and went every day, checking on new arrivals, while the guards, who were supposed to be in charge of the security of the camp, pocketed banknotes and pretended not to see anything.

“Three weeks had passed since our arrival at Shagarab, it was morning and we were gathering firewood when they burst into the camp. They grabbed me and two other guys, loaded us on to their trucks and beat us up, then took us to somewhere up north of Kassala where we were put together with other Eritreans who had been kidnapped like us. In the following days other co-nationals joined the group, until we were ready to be considered a profitable number.

On the border with Sinai, the group, which had now become more than thirty people, was handed over to some Egyptians who took them in their boats to Aswan on the other bank of the Nile, and then on to Suez. They used a big truck to transport them, one of those that they use for poultry. Where they took them was the market, they were the goods.

“They divided us and handed us over to different traffickers. Me and another thirteen were taken to a torture centre where they asked us for 3.500 dollars for our release. They made us call our family two or three times a day and during the telephone call they beat us so that they could hear our cries on the other end of the line. My family and friends managed to put together the money and paid for me. When the money arrived they loaded us up in a car, we had been sold to another trafficker, he wanted 30,000 dollars, he had paid a lot of money for us, he said, and he had to have a return for his money.”

The second torture camp where Yonathan was taken was hell. The detainees were given a slice of bread a day and the maltreatment and torture was programmed. It was administered in such a way that the pain was greatest at the time of the daily telephone calls with families. There was also three women detained together with Yonathan, of whom one was pregnant, and they received the same treatment as the men.

“They hung us head down tied by the ankles, other times by the wrists and they poured molten plastic over us. After a week, one of the guys who had been kidnapped with me died, and I was in really bad shape. I had a broken wrist and my ankles lacerated by the chains that were too tight, I couldn’t see much and it was hard to stay on my feet. I knew that my family would never be able to pay 30,000 dollars for me so I lost all hope. I tried to commit suicide by slashing my jugular with a cable, but it was too old and rusty and didn’t work so I begged one of the translators who was an Eritrean to procure some poison for me, any poison that would help me to kill myself, but he refused to help me. I couldn’t help thinking of my mother who was receiving these calls, who didn’t have the money and who wouldn’t know what to do.”
It took the family three months to put together the money necessary to free Yonathan who was by now almost dead, almost always unconscious, too weak to walk and with his hands partially gangrenous owing to having been left hanging by his hands for too long. Yonathan does not remember much of his journey towards Israel, he fainted after a few steps and had to be carried by the men who were sharing this last tract guided by their new custodian, this time a Bedouin. The Israeli patrol that came across the group of refugees had Yonathan transferred immediately to a hospital where he remained for several months.

“I contacted my family to tell them that I was alive but I said nothing about the injuries to my hands. I had lost many of my fingers and those that remained I found it difficult to move, so I had practically lost the use of my hands. They told me that everything that was possible has been done, but more could be done with more advanced surgery. I spent more than a year in a refuge at Petah Tikva, east of Tel Aviv, I felt very bad because on the one hand I was happy to have survived, but on the other I thought that perhaps it would have been better if I had died because from now on I would have to depend on others. I had always counted on my own strength and had never had to depend on others. In Israel people like me they consider “infiltrators” and it didn’t matter how many times I repeated what had happened to me. With time I realized that I would not be able to request political asylum and that the law allowed the government to arrest me and detain me for more than three years. This situation was ghastly because after everything that I had been through I was being treated as a criminal. I wanted to leave but I didn’t have a passport, and I couldn’t turn to my Embassy because I was a deserter.
I was telling some journalists about what had happened to me when I met some European activists who invited me to Brussels in December 2013 to tell my story to the European Parliament.”

Today Yonathan is 28 and lives in Sweden where he is completing the procedure that will finally enable him to obtain refugee status. Thanks to a network of German donors he will be able to receive special surgical treatment for his hands as soon as his position has been regularized.